Oltre il neutralismo: tornare ad indicare la via
Pubblicato da Federico Pennestrì
L’atteggiamento di neutralità nei confronti delle identità religiose e morali degli individui è talvolta considerato non solo come la risposta più corretta al pluralismo culturale, ma anche come la condizione necessaria affinché tale pluralismo sopravviva e ancor più fiorisca. Io invece ho sempre più l’impressione che questo atteggiamento di neutralità , soprattutto quando assume una forma radicale, oserei dire oltranzista, lungi dal permettere alle persone di esprimere concretamente le loro convinzioni o esigenze morali, sia causa di un progressivo disinteresse verso tutte quelle credenze e componenti “calde” che costituiscono il tratto unico e inconfondibile di ciascuna persona o comunità di persone. Sia nel contesto dell’educazione scolastica (nel mio caso mi riferisco a scuole medie e superiori) che negli ambienti intellettuali vicini alla filosofia politica e all’etica pubblica (dalle riviste accademiche alle discussioni da pausa caffè), noto infatti come l’idea di per sé fertile e virtuosa del rispetto delle differenze vada pigramente e paradossalmente trasformandosi in una pedante ideologia, intesa come un atteggiamento diffidente verso qualsiasi tipo di argomentazione “controversa”. Quando cioè si tratta di affrontare argomentazioni religiose, morali e filosofiche, colgo spesso un istintiva reazione di prudenza verso tematiche che vengono considerate alla stregua di veri e propri tabu.
Non è un grosso problema, questo, finché si tratta di discussioni informali. Ma in altre sedi il nodo non può che venire al pettine. Se ciò che è moralmente rilevante per una persona è considerato un tabu a livello pubblico, e deve per questo essere rimosso dall’agenda politica e confinato nella sfera del privato, come comportarsi quando si tratta di affrontare certi problemi in sede istituzionale? Cosa dire agli studenti quando si tratta di insegnare loro (data per assunta la buona fede) come comportarsi nella vita quotidiana, cosa è giusto e cosa è sbagliato, in che consista la virtù e in cosa il vizio, come distinguere una vita buona ed equilibrata da una deviante? Come educare i figli se trasmettere per il loro bene valori e insegnamenti appresi grazie alla propria esperienza significa violare la loro libertà di scelta (si sente dire anche questo!!)? E in sede politica, cosa proporre/come ottenere il consenso degli elettori, ma soprattutto, su cosa? Dove sono finiti i contenuti? Questa forma di neutralismo oltranzista non porta le società a fermarsi, invece che a progredire (mi viene in mente a proposito la crisi culturale occidentale)?
Rispettare le differenze significa valorizzarle o cancellarle? E fino a che punto è possibile soffocarle nel privato? Non è questa una minaccia per la stabilità sociale? Dopo aver a lungo coltivato queste domande, ho scoperto (con soddisfazione intellettuale ma frustrazione “cronologica”) che gli stessi problemi sono stati posti da Amy Gutman e Dennis Thompson nell’articolo Moral Conflict and Political Consensus, uscito nell’Ottobre 1990 sulla rivista Ethics (101, pp. 64-88).
Secondo gli autori, colpevole di questa forma di neutralismo sarebbe il modello liberale (e in particolare, manco a dirlo, John Rawls). Isolare nel privato le fonti di controversia non sarebbe sufficiente ad eliminare il conflitto morale dalla politica, dal momento che certe questioni prima o poi devono essere affrontate pubblicamente e di conseguenza bisogna definire in modo più netto i confini di ciò che è “pubblicamente sostenibile” o meno. Servono criteri di inclusione che permettano di promuovere politiche sostanziali, e non esclusive: vale a dire, il conflitto morale deve emergere dal suo nascondiglio e diventare occasione di un confronto attivo e costante di contenuti.
In particolare, riassumo, secondo Gutman e Thompson una credenza è morale – e quindi sostenibile in ambito pubblico – quando soddisfa i seguenti criteri: 1) la familiarità (ciascuna opinione deve essere difendibile nel nome dell’interesse di tutti, e non a esplicito vantaggio del singolo – qui siamo molto vicini a ciò che Rawls vuole ottenere con l’idea di posizione originaria); 2) la pertinenza argomentativa (apertura di principio al metodo scientifico-razionale, e dove possibile fondamento empirico); 3) plausibilità (non ci si deve allontanare troppo dalla cultura politica-pubblica generalmente condivisa dalla società in questione, e anche qui siamo molto vicini a Rawls). Tali criteri devono poi essere applicati in un contesto di mutuo rispetto, il che è molto più di mera tolleranza: se infatti la seconda rappresenterebbe un’accettazione rassegnata al pluralismo come un dato di fatto, il primo sarebbe invece l’atteggiamento di una società divisa dalle proprie credenze, serenamente consapevole di questo ma effettivamente aperta ad un confronto lungimirante e costruttivo.
Per Thompson e Gutman una società moderna è giusta quando usa in modo legittimo il proprio potere coercitivo, fondandosi su un diritto i cui contenuti sono morali perché hanno superato il test della discussione pubblica. Una società i cui individui accettano un disaccordo morale di fondo ma si impegnano ad affrontarlo in modo adeguato, secondo gli autori, offrirebbe almeno due guadagni rispetto al modello liberale: in primo luogo maggiore chiarezza riguardo alle pretese che possono essere avanzate pubblicamente; in secondo luogo la possibilità di un costante confronto fra le particolari dottrine, così da scongiurare il pericolo del dogmatismo (fino al punto di rivedere lo stesso modello: ad esempio qualora si riuscisse a persuadere la maggioranza della popolazione che il pluralismo è un male e che – poniamo – sarebbe bene che tutti condividessero la stessa dottrina comprensiva). Il dogmatismo, mettono in guardia gli autori, non è infatti esclusiva delle posizioni conservatrici, come si crede in genere, ma riguarda anche le correnti più riformiste (condivido pienamente. Sembra una contraddizione in termini: come può il dogmatismo venire a corrispondere al riformismo? Quando il riformismo diventa fine a sé stesso, e bandisce a priori qualsiasi istanza conservatrice come obsoleta).
Ad esempio, il pluralismo rappresenta a mio avviso una fonte di arricchimento culturale ed economica notevole per le società contemporanee: ma basta questo per dire che è esso è giusto punto e basta? (Il fatto che storicamente si sia giunti alle società pluriculturali non significa di per sé che si è progrediti dal punto di vista della qualità della convivenza: il fenomeno del multiculturalismo, per ipotesi, potrebbe essere qualcosa che è meglio contenere, piuttosto che alimentare) Non bisogna porre dei paletti? E non bisogna cioè tornare a parlare esplicitamente di dove devono stare questi paletti? Mi sono riallacciato alle argomentazioni di Thompson e Gutman, ma non credo che il povero Rawls, quando pensava al liberalismo politico, volesse provocare l’immobilità ideologica di una società . Piuttosto, l’impressione che ho è che questa forma di neutralismo oltranzista e di apertura incondizionata alle differenze siano sintomo di una società stanca, che avanza per inerzia e sceglie per pigrizia di non affrontare i problemi.
Credo che nel concreto il problema sia allarmante specialmente per le nuove generazioni, e per questa ragione cercavo di porre l’attenzione sul mondo della scuola e dell’educazione. Forse mai come oggi i giovanissimi sono esposti al rischio di perdere sé stessi, bombardati e destabilizzati come sono da messaggi illusori e modelli fuorvianti che peraltro cambiano e si evolvono a ritmo incessante. Lasciar loro piena autonomia significa correre il rischio di abbandonarli alla corrente, soprattutto dal momento che difficilmente essi prenderanno l’iniziativa di fermarsi, riflettere e scegliersi un percorso consapevole e veramente autonomo. Credo che i giovani debbano essere educati a prendere posizione, piuttosto che a rimanere nell’indifferenza più totale.
Io voglio e devo poter dire (impegnandomi a farlo in modo rispettoso) cosa penso del crocifisso in classe, dell’omosessualità , dell’aborto, della discriminazione razziale; devo poter sconsigliare di aderire a una setta religiosa che considero falsa o fuorviante; devo poter mettere in guardia circa gli aspetti positivi e negativi di un certo modo di vivere; devo poter affermare cosa ritengo illuminante del buddhismo e limitante del confucianesimo; devo poter dare la mia opinione sul rapporto fra i testi sacri e le Istituzioni secolari… e via dicendo, senza avere il timore di essere denunciato perché violo la libertà dei miei figli, la sensibilità degli studenti e i diritti delle minoranze.
Bisogna tornare a parlare, a litigare se necessario, a scegliere il proprio futuro, a indicare la via e a pensare alle prossime generazioni, a confrontarsi sui contenuti (non mi stancherò mai di usare il grassetto per questa parola), ad assumersi le responsabilità delle proprie scelte ed opinioni, nonché l’onere di difenderle nel modo che, di volta in volta e in buona fede, si ritiene essere il più giusto e funzionale ad un certo momento storico.
















